sabato 2 giugno 2012

Quando l'IPASVI non è solo tasse da pagare...

Nei primi post di questo blog ho parlato della lettera che era stata pubblicata sul Giornale di Brescia, con successiva risposta. Cliccando su questo link potrete leggere la prima lettera http://www.giornaledibrescia.it/gdb-statico/lettere-al-direttore/infermieri-tra-laurea-e-disoccupazione-1.1077279 e qui la risposta del presidente dell'IPASVI di Brescia http://www.giornaledibrescia.it/gdb-statico/lettere-al-direttore/un-consiglio-ai-giovani-colleghi-1.1088500

Alcuni di noi hanno accettato di andare all'incontro e ci è stato proposto di creare un Gruppo di Lavoro composto da noi giovani neo laureati.
Il nostro gruppo propone iniziative ed incontri formativi, utili non solo a noi ma anche a chi è già infermiere da tempo, ad esempio un incontro con un commercialista che esponga i vantaggi e gli svantaggi della libera professione. Per ora sono solo progetti, di concreto stiamo partecipando agli incontri dell'IPASVI con gli studenti del terzo anno delle due facoltà di infermieristica di Brescia, con i vari distaccamenti, per parlare di noi e di quello che facciamo.
Ci è stato inoltre concesso uno spazio per un nostro articolo su ogni newsletter mensile dell'IPASVI di Bs.

Inizialmente credevo che l'IPASVI fosse solo un'istituzione a cui pagare le tasse, non credevo desse spazio anche a noi ultimi arrivati, permettendoci di esporre le nostre idee e i nostri dubbi.

A marzo è quindi nato il Gruppo di Lavoro Giovani Infermieri Brescia, composto da circa una decina di persone, ci incontriamo periodicamente per avanzare proposte e fare progetti.
Abbiamo creato una pagina su Facebook aperta a tutti, dove ognuno può fare richieste o dare suggerimenti, anche tramite la nostra mail giovani.inf.ipasvibs@gmail.com .

Cliccate sulla nostra pagina all'indirizzo https://www.facebook.com/GiovaniInfermieriIpasviBs e verrete aggiornati di ogni iniziativa e novità.


giovedì 10 maggio 2012

"Il primo è un cane di guerra e nella bocca ossi non ha e nemmeno violenza".

Dopo un periodo di assenza eccomi tornata per parlarvi di un tema abbastanza delicato, che sta riempiendo notiziari e telegiornali: la sperimentazione animale.
Tutti conosceranno sicuramente Green Hill, azienda a Montichiari (BS) dove vengono allevati dei Beagle (ma qualcuno dice anche altre razze e altri animali) per sperimentazioni.
Ci sono stati molti cortei e tante manifestazioni per la chiusura di Green Hill, tra cui l'ultima che ha visto dodici attivisti sfondare le reti di protezione, entrare nell'azienda e portare via una ventina di cuccioli Beagle.
Questi dodici attivisti sono stati tenuti in carcere 48 ore con l'accusa di furto, rapina, violazione di domicilio aggravata e resistenza e violenza a pubblico ufficiale.
Molte persone si sono sentite offese e inorridite da queste accuse, ma d'altronde se uno viene a casa mia, sfonda la porta e mi ruba i gatti, è normale e giusto che subisca determinate condanne.
Prima di accusarmi che sono d'accordo con la sperimentazione animale, andate avanti a leggere.

Ho letto la normativa che riguarda la sperimentazione animale in Italia (Decreto Legislativo n. 116 del 27 gennaio 1992 "Attuazione della direttiva (CEE) n.609/86 in materia di protezione degli animali utilizzati a fini sperimentali o ad altri fini scientifici") e devo dire che non è semplice da capire, ci sono molti termini simili che possono confondere.

Ma non è del Decreto o del fatto che Green Hill debba chiudere che parlerò.
La sperimentazione animale esiste dall'antichità, non è di certo una novità del giorno d'oggi!
Vengono usati vari animali, principalmente i topolini di laboratorio.
Ma com'è che con i topolini nessuno ha mai protestato? Perchè nessuno fa cortei per liberare i topolini? Forse perchè non sono teneri e carini come le scimmiette e i cagnolini?

Signori miei, se non ci fosse stata la sperimentazione animale, staremmo ancora cercando la cura per l'influenza, non si saprebbe ancora come si cura il diabete (l'insulina fu isolata nei cani nel 1922), e potrei fare altri tremila esempi.
Meglio sperimentare sugli animali o sull'uomo? Le sperimentazioni umane sono state fatte, anche con i metodi più crudeli e atroci, e le si fanno tutt'oggi per sperimentare i farmaci (dopo averli testati perà sugli animali).
Meglio uccidere un animale o un uomo?

E' ovvio che anche a me si spezza il cuore nel vedere gli occhi espressivi delle scimmiette, o i musetti dei cagnolini, o i topini che corrono come pazzi nelle loro gabbiette.
Ma se si sono fatti passi avanti nella medicina, non è di certo perchè qualcuno di notte si è sognato la soluzione a qualsiasi problema.

Poi certo, se si tratta di testare cosmetici o detersivi sugli animali allora sono la prima che si oppone.
Ma i canili dove gli animali sono tenuti in condizioni disumane non importano a nessuno? Perchè non sono cucciolini e tenerini?

L'unica cosa che posso augurarmi e che si trovi presto un metodo alternativo alla sperimentazioni su esseri viventi,  che venga creato qualcosa in laboratorio di ugualmente efficacie. Ma la vedo molto dura, se non impossibile.

A proposito, quando avete il mal di testa e prendete l'Aulin, vi siete mai chiesti come abbiano fatto a scoprire la sua efficacia?
Per non parlare dei farmaci che potrebbero salvarvi la vita, tipo l'adrenalina.


domenica 22 aprile 2012

"Quando subentra il panico il meccanismo è guasto fammi da meccanico..."

Chiunque di voi abbia fatto tirocinio in pronto soccorso, o volontariato in ambulanza, ma anche semplicemente sia stato in qualsiasi reparto, gli sarà capitato di avere a che fare con persone che hanno crisi d'ansia e attacchi di panico.
Quante volte, troppe, mi è capitato di sentir dire "il solito rompic*****i con le crisi d'ansia". Oppure "ecco il matto di turno".
Le persone che parlano così non hanno mai provato cosa significhi avere un attacco di panico, e spesso il paziente viene trattato male e con superficialità, perchè considerato oltre che lo scassapalle, anche matto.
L'unico posto in cui ho trovato una certa sensibilità da parte degli infermieri è una comunità di psichiatrici (eh beh, mi sembra il minimo!).
Non sto dicendo che gli infermieri sono tutti dei mostri, ma diciamo che ne ho incontrati una buona parte.
Qualcuno penserà: "Ma questa ragazzina impertinente sta sempre a dar contro agli infermieri?"
Non do contro agli infermieri, do contro all'ignoranza.

La persona con l'ansia e con l'attacco di panico, prima di essere curata, va RISPETTATA e ascoltata. Non serve dire "perchè sei agitata? Non c'è nessun motivo quindi non occorre agitarsi". 
Sarebbe più carino dire "Cos'è che ti spaventa? Non ti preoccupare, sei in un ospedale non ti può succedere niente e non sei da sola". 
Magari se si sente soffocare farle vedere il saturimetro e spiegarle i valori. Magari spiegarle che sta respirando troppo veloce ed è per questo che le gira la testa  e sente i formicolii alle mani.
Se sente un peso sullo sterno, dopo aver fatto comunque per sicurezza un ecg, spiegarle che è un sintomo dell'ansia, che non sta avendo un infarto.
E magari spiegarle anche qualche tecnica di respirazione, o piccoli metodi distrattori per non concentrarsi sull'ansia.
E perchè no, consigliarle di parlare con qualcuno di competente, perchè dallo psicologo non ci vanno i matti.

E aggiungerei di consolare questa persona dicendo che l'ansia non è sintomo di pazzia, ma è dovuta ad una sensibilità che bisogna imparare a gestire e a controllare.

Ed ora non ditemi di non atteggiarmi da quella laureata che se la tira, perchè queste cose all'università non te le insegnano, e c'è gente che fa l'infermiere da trent'anni se non di più che continua a considerare il paziente ansioso il rompiballe di turno.

Sono la prima a dire che certe cose per capirle devi provarle sulla tua pelle, ma credo che, ogni tanto, provare a mettersi nei panni della persona, e cercare di tranquillizzarla come se fosse una tua amica non è poi così difficile.


mercoledì 18 aprile 2012

"Pensa prima di sparare pensa, prima di dire di giudicare prova a pensare"...

Il mio amico Lino ha pubblicato sulla bacheca questo articolo "Picchiato perchè gay. In ospedale un infermiere gli consiglia: -sei omosessuale per colpa degli ormoni, vai da uno psicologo-". Clikkando sul titolo dell'articolo potrete leggerlo per intero.
Quando leggo queste cose, non possono non rivoltarsimi le budella che si attorcigliano peggio dei nodi dei marinai.
Ho sentito parlare ancora di queste famose "terapie riparative", che sono dei modelli terapeutici che promettono la modificazione dell'orientamento sessuale del gay o della lesbica.
Per fortuna molti VERI psicologi e psichiatri sono rimasti indignati e si sono rivoltati contro questa abominevole faccenda. Sul sito www.noriparative.it è possibile firmare una petizione on line, ma è solo per psicologi, psicolanalisti, psichiatri ecc.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l'omosessualità come "una variante naturale del comportamento umano". E l'OMS non è il club degli ovetti Kinder, ma è la base di tutte le definizioni medico sanitarie.
L'immagine a sinistra rappresenta uno dei tanti cartelli presenti ad una manifestazione contro le terapie riparative a cui avevo partecipato qua a Brescia qualche anno fa.
Il fatto che un infermiere si sia permesso di dire una cosa del genere è una cosa molto grave, ma ancora più grave è che la pensi!

Ricordo che ad un tirocinio, prima di finire il turno, ero andata a fare un giro di controllo in tutte le stanze. C'era una signora che stava leggendo un libro sulla chiesa cattolica, scritto, se non ricordo male, dall'attuale Papa.
Gli chiesi cosa stesse leggendo e lei mi rispose che quel libro era molto interessante perchè parlava di alcuni fatti della chiesa che era giusto che noi giovani sapessimo.
Saltò fuori il discorso sugli omosessuali e io le dissi "Non capisco questo accanimento contro i gay da parte della chiesa, sono persone come me e lei e come tali vanno rispettate".
Lei mi rispose "Eh certo cara che vanno rispettati, sono ammalati poverini"...
In quell'istante credo mi si sia raggelato il sangue nelle vene.
Mi sono limitata a dire "Non sono assolutamente d'accordo. Buona notte signora".

Prima regola che ho imparato: non toccare certi argomenti, in particolare se ti trovi in un ospedale gestito da preti e da suore.

Non è dall'omosessualità che si deve guarire, ma dall'omofobia.



sabato 14 aprile 2012

"Quando finisce l'assenzio inizia il dolore e basta così"...

Oggi vi parlerò di una serie televisiva non molto nota, ma abbastanza controversa dal popolo infermieristico (in particolare da quello americano, dato che qua in Italia non ha avuto molto successo).
L'ho scoperta casualmente leggendo un post di un gruppo su Facebook.
Allora l'ho guardata, attualmente stanno trasmettendo la quarta serie in America.
Si chiama "Nurse Jackie" e parla di un'infermiera tossicodipendente che fa uso smisurato di ossidocodone (farmaco derivante dagli oppiacei, simile alla morfina) sia per bocca che... per naso.
Jackie è sposata con due figlie, ma ha un amante farmacista all'ospedale, quindi riesce a procurarsi tutto l'ossicodone che vuole.
Essendo farmaci controllati, finge di avere problemi alla schiena facendo vedere a Eddy, il suo amante, una radiografia del rachide di un paziente messo male, spacciandola per sua. Per questo è giustificato il suo alto uso di antidolorifici.
Poi viene scoperta e inizia un lungo percorso di disintossicazione in una comunità. E mi fermo qua perchè altrimenti vi svelo le parti più belle. :)
Inizialmente la serie mi faceva molto ridere, poi la protagonista e la tirocinante infermiera sono spassosissime, è impossibile non divertirsi.
Proseguendo diventa un po' più seria, pur mantenendo la stessa dose di ironia.
Il "bello" è che l'attrice che interpreta Jackie, Edie Falco, ha avuto un passato da alcolizzata sin da adolescente, ed è stata in cura per più di vent'anni.
In un'intervista lei stessa ha dichiarato di non voler mostrare con leggerezza il problema della tossicodipendeza, ma che al contrario ci tiene molto al suo personaggio e, dato il suo passato, riesce benissimo ad immedesimarsi nel ruolo.
Detto questo, la serie televisiva è contestata proprio dalle infermiere, in quanto sostengono che Jackie dia un'impressione sbagliata sulla figura dell'infermiera nella realtà.

Ecco, non diciamo stronzate per cortesia.

L'impressione sbagliata sugli infermieri la creano "coloro" che fanno i festini e pagano delle prostitute e le fanno vestire da "infermierina sexy".  Cose che inevitabilmente poi finiscono al telegiornale, data l'importanza che rivestono questi "coloro".
E' l'immaginario dell'infermierina con le autoreggenti e le tette di fuori, che può dare una connotazione negativa alla nostra professione.
Poi, che ci siano infermiere che nella realtà mettono il petto, come dicono le mie zie, in faccia ai pazienti, questo è un altro discorso.

Inoltre non è che l'infermiera tossicodipendente sia una figura così rara purtroppo. Ce ne sono parecchie, il fatto è che non si sa.
Nel mio tirocinio con i tossicodipendenti, in un mese ne ho conosciute due, quindi non è un fenomeno poi così isolato.

Non per niente era stato proposto il controllo delle urine a tutti gli operatori sanitari, poi non ricordo se sia diventato legge, non credo dato che a me nè a nessuno che conosco è stato effettuato l'esame delle urine per la ricerca di sostanze stupefacienti.

Credo che queste serie televisive debbano essere diffuse al posto di rimane in sordina, perchè parlano di problemi reali e bisognerebbe affrontarli, non rinnegarli.

giovedì 12 aprile 2012

"...avanti pure un altro che se sei lì sarà perchè solo un po' più furbo..."

L'altro giorno ho sentito per telefono una mia amica che sta studiando infermieristica e si laureerà a breve.
Parlando del più e del meno mi ha detto: "Domani ho un colloquio di lavoro".
Ingenuamente ho chiesto "Per cosa?"
E lei: "Come infermiera. Ho già il lavoro perchè sono raccomandata".
La mia risposta è stata più o meno scherzosamente "Fai schifo".

La rabbia mi è salita quando mi ha detto il nome dello studio infermieristico in cui andrà a lavorare, che chiamerò Studio Raccomandati&Associati.
Già perchè dovete sapere che in quello studio ho fatto il mio primo colloquio, e ci tenevo particolarmente perchè mi avrebbe permesso di lavorare nell'ambito che desidero.
Ricordo ancora le parole del responsabile, tra l'altro molto entusiasta quando gli dissi che volevo fare il master in infermieristica forense "Mi hai fatto una bella impressione, la tua tesi è molto bella, ti metto nei primi posti così quando c'è lavoro sei la prima che chiamo".
Un po' contenta, un po' delusa, ma soprattutto, un po' speranzosa, ho atteso quella chiamata per molto tempo.

Un giorno mi telefona mia zia e mi dice che ha conosciuto un'infermiera che lavora allo Studio Raccomandati&Associati (mia zia non sapeva che avevo già fatto il colloquio), la quale le ha detto di portare il curriculum ma di indossare la minigonna, perchè le assumono solo belle, rumene e con la minigonna.

Questo comincia a farmi dubitare sulla serietà dello studio, ma d'altronde ho pensato che fossero solo voci e niente di più. Poi dopo che ho sentito la mia amica comincio a pensare che forse tanto seri non sono...

Sta di fatto che io me ne rimango con la mia voglia di fare e con il sogno di lavorare in un ambito, che, come scrissi nel primo post è quello della tossicodipendenza, poco se non per nulla gettonato dagli infermieri, su cui tra l'altro ho svolto la mia tesi e ho fatto tirocinio, quindi non è che sono proprio una sprovveduta sull'argomento.
Intanto qualcuno mi ruberà il posto, e un sogno.

Aperta e chiusa parentesi: parlando con una persona di questa mia amica la risposta è stata "Beh vabbeh, intanto entra lei, poi magari riesce a far raccomandare te".

E' così che gira il mondo.
L'unica cosa che gira a me adesso, sono le palle.

martedì 10 aprile 2012

"A mia volta ti apro la casa e ti trovi davanti un vampiro"...

L'altra sera, allo scambio della consegna infermieristica arriva un'altra brutta notizia.
Lo chiamerò con un nome fasullo: Signor Amedeo.
Ecco, il Signor Amedeo è morto oggi.
Era purtroppo una notizia che mi aspettavo di sentire nonostante non fosse un paziente particolarmente critico.
Il Signor Amedeo, un grazioso signore di 98 anni, che non parlava ma che faceva grandi sorrisi, un giorno inizia ad avere difficoltà respiratoria e viene inviato dalla casa di riposo all'ospedale tramite il 118.
I medici dell'ospedale gli diagnosticano una polmonite.
Dopo qualche giorno giunge notizia che il signor Amedeo sta migliorando, ma, perchè c'è sempre un "ma", è stato deciso di operarlo e di mettergli la PEG.
Per chi non è del settore, la PEG è la Gastrostomia Endoscopica Percutanea, un intervento chirurgico fatto in endoscopia in cui verrà effettuato un buco che collega lo stomaco con l'esterno, in questo modo il paziente si nutrirà direttamente tramite questo buco, e non con la normale alimentazione per bocca.
La PEG viene posizionata se vi è una difficoltà ad alimentarsi per bocca.
L'intervento non viene eseguito con l'anestesia totale, ma viene effettuato in sedo-analgesia. La sedazione però in alcuni casi è profonda, nel caso del Sig. Amedeo, o l'hanno legato, o l'hanno sedato profondamente.
Aperta e chiusa questa piccola parentesi informativa, non capisco il motivo di eseguire questo intervento su un uomo di 98 anni, che, anche se fosse stato in una situazione di denutrizione (ma fino a che l'ho visto io non lo era), e avesse avuto bisogno di sostegno, esistono altre alternative, ad esempio la nutrizione parenterale tramite la succlavia, in cui la sostanza nutritiva viene, tramite una grossa flebo, infusa direttamente nelle vene.

Sta di fatto che il giorno dopo l'intervento, il signor Amedeo è morto.
Le cause non le so, mi piacerebbe proprio scoprirle ma le potete immaginare anche voi.
Io mi chiedo: che senso ha sottoporre ad un tale stress fisico ma anche psicologico un uomo di 98 anni??

I medici avranno avuto sicuramente le loro valide motivazioni.
Uhm vediamo... Rendere migliore lo stile di vita? No, non credo.
Promuovere la residua autonomia? Direi di no, dato che era dipendente al 100%.
Prolungare la sua vita? Beh, qualunque fosse l'intento non è certamente riuscito.
E adesso ci sono delle nipoti che piangono il loro nonno.

Se io avessi 98 anni, vorrei solo essere lasciata in pace.